Molti credono che fuggire dal caos delle città per rifugiarsi tra i boschi significhi respirare aria più pulita. Invece, analisi recenti raccontano un’altra storia: l’aria nei boschi può contenere più microplastiche di quanta se ne trovi in città. Strano, vero? Ecco perché serve ripensare all’idea – ormai consolidata – della natura come a un’oasi senza inquinamento. Sarà davvero così?
Nel Regno Unito, alcuni studi hanno messo in luce dati sorprendentemente alti di particelle plastificate proprio tra gli alberi, più che nelle aree urbane circostanti. Un quadro che mette in crisi la convinzione comune di boschi inviolati da sostanze dannose. Ma c’è di più: le microplastiche, soprattutto quelle piccolissime, entrano facilmente nei polmoni e restano nel corpo umano, con conseguenze che ancora sfuggono agli esperti.
I boschi come filtri naturali che catturano l’inquinamento
Foreste folte, un po’ come una spugna per l’aria, trattengono le particelle sospese: intrappolano polveri e microframmenti. Gli alberi – chiome e foglie – fanno da schermo, ma poi quelle particelle tornano a terra lentamente. A Oxfordshire, per esempio, si contano fino a 500 pezzi al giorno per metro quadrato di microplastiche: quasi il doppio rispetto alle zone urbane vicine. Non pochi numeri.

Ha senso confrontare ambienti diversi: rurale, periferico, urbano. Non è detto che i luoghi “più naturali” siano davvero i meno contaminati. Curioso, e un po’ preoccupante: i dati raccolti svelano una presenza maggiore di microplastiche sospese nei boschi rispetto alle città. Troppe speranze? Forse. Nessun posto è immune dall’inquinamento atmosferico. Vivere in città, allora, vuol dire fare i conti con una realtà da tenere sott’occhio, soprattutto per la salute pubblica.
Le microplastiche misurano tra i 25 e i 50 micrometri – più piccole di un granello di polline – invisibili a occhio nudo ma nemmeno innocue. Il problema? La loro taglia le rende perfette per arrivare fin dentro ai polmoni, depositandosi e… beh, lasciando qualche dubbio sui possibili effetti di salute.
Microplastiche in viaggio e impatto sull’ambiente e sulla salute
Non è solo qui che si fermano. Le microplastiche possono viaggiare lontano, restando sospese in aria per giorni, a volte perfino migliaia di chilometri. Clima e meteo contano parecchio nel loro spostamento: il vento ne facilita la diffusione e la deposizione, mentre umidità e pioggia complicano le cose, trasformando la quantità e il tipo delle particelle che si posano a terra.
Nei giorni ventosi, si osserva un boom di microplastiche che si adagiano sulle superfici – naturali e artificiali – mentre le piogge intense ne spazzano via la maggior parte, ma con qualche eccezione per frammenti più grossi. Ecco un dettaglio spesso trascurato: l’umidità elevata fa cadere più facilmente quelle più piccole, proprio quelle che, inalate, causano più problemi.
La composizione plastica cambia da ambiente a ambiente. Nei boschi prevale il PET, quello delle bottiglie e dei contenitori alimentari; fuori città c’è più polietilene, tipico dei sacchetti; mentre nelle aree urbane trovano spazio altri materiali, come EVOH, usato per imballaggi industriali e pezzi di auto. Una fotografia delle sorgenti di inquinamento e dei modi in cui le microplastiche arrivano anche dove pensavamo non arrivassero.
Insomma, la questione richiede un’indagine più profonda sul modo in cui queste particelle si depositano in natura, con l’impatto che possono avere su salute umana e flora e fauna. Ridurre la plastica usa e getta, riciclare di più: azioni semplici, ma ferme, per contenere un problema che ormai non risparmia neppure le zone “pulite”. I boschi, insomma, non sono più quel rifugio incontaminato che credevamo, e allora la sfida ambientale si fa ancora più seria.